Simone Weil


LA VITA E IL PENSIERO

Simone WeilSimone Weil, filosofa, mistica e attivista nella Resistenza durante la Seconda Guerra Mondiale, ha affascinato il mondo per la sua straordinaria vicenda esistenziale e per i suoi ideali di giustizia sociale.

Nacque a Parigi il 3 febbraio del 1909 da una ricca famiglia ebraica non praticante, che le consentì di ricevere un’educazione perfetta anche se alquanto severa. Seguì studi di filosofia, filologia e scienze; nel 1928 si classificò prima all’esame di ammissione presso l’École Normale Supérieure (seguita da Simone de Beauvoir, che arrivò seconda).

Tra il 1931 e il 1934 fu insegnante di Filosofia presso alcuni licei femminili, incontrando spesso problemi con i rappresentanti scolastici istituzionali e subendo ingiusti trasferimenti a causa del suo impegno civile dalla parte dei più poveri  e degli oppressi e del suo attivismo politico. Quando insegnava a Le Puy, per esempio, aveva distribuito il suo stipendio agli operai in sciopero. Per scelta diffondeva il suo pensiero soprattutto attraverso la pratica di vita piuttosto che attraverso scritti filosofici.

Anche i suoi metodi didattici apparivano estremamente anomali in quegli anni, dal momento che la Weil sconsigliava alle sue studentesse di studiare sui libri e talora rifiutava di dare voti.

Tra il 1934 e il 1935 volle porsi sullo stesso piano del proletariato, sperimentando le dure condizioni di lavoro operaio metallurgico presso la Renault (e distribuendo gran parte del suo salario ai lavoratori disoccupati): raccontò questa defatigante esperienza, che aveva messo a dura prova la sua spiritualità e la sua salute, in un diario e in alcune lettere che furono raccolte e pubblicate postume. Più tardi sperimentò anche il pesante lavoro nei campi come raccoglitrice d’uva.

Nel 1936, nonostante il suo pacifismo, si avvicinò al movimento repubblicano antifranchista nella guerra civile spagnola.

Dopo questa prima fase di vita, dominata da un impegno militante di ispirazione comunista-sindacalista, si ebbe una svolta religiosa, mistica: nel 1937, infatti, dopo aver lasciato la Spagna per gravi problemi di salute, mentre si trovava all’interno della Chiesa di Santa Maria degli Angeli in Assisi ebbe la prima di una serie di estasi mistiche.

Nel 1938 si convertì al Cattolicesimo, rifiutando però il Battesimo.

Durante la guerra, dopo l’occupazione tedesca di Parigi, nel 1942, per implorazione dei parenti scappò negli Stati Uniti ma poi rientrò in Inghilterra (a Londra) per militare nella Resistenza con “France Libre”. In quegli anni praticava un semidigiuno per sentirsi più vicina spiritualmente ai Francesi delle zone occupate.

Nel 1943, all’età di soli 34 anni, colpita dalla tubercolosi, aggravata dalle dure esperienze di vita e dalla privazioni che aveva deciso di imporsi, morì nel sanatorio di Ashford, nel Kent, dopo aver rifiutato cibo e medicine.

Donna eccentrica e introversa, dallo stile di vita ascetico e dal temperamento insieme rivoluzionario e cristiano, viveva con angoscia tra crisi mistiche e spirito agnostico, rivolgendosi nonostante le origini ebraiche al Cattolicesimo Romano, a Platone e alle tradizioni greche, oltre che al mondo orientale interessandosi d’Induismo e Buddismo Mahayana.

Tutti i suoi scritti (numerosi e interessantissimi) riflettono questi contrastanti sentimenti e sono imbevuti di ricerca di verità e di carità (intesa sia come riconoscimento della dignità dell’altro sia come atto di giustizia, al fine di restituire all’altro ciò che gli è dovuto per il valore della sua umanità), di senso religioso e di etica, di politica marxista e di giustizia sociale. Vi si può leggere, in sottofondo, una sorta di pessimismo utopico contrapposto al soggettivismo moderno.

Gli scritti di Simone Weil sono stati pubblicati postumi negli anni ’50. Tra le opere più importanti sono da ricordare:

L’ombra e la grazia (La pesanteur  et la grâce) –  1947:  
una raccolta di saggi religiosi e aforismi sulle due forze primitive che regnano sugli esseri umani;
  La prima radice (L’enracinement) – 1949:   
contro tutte le logiche di sradicamento capaci di costruire all’uomo un mondo fittizio e sugli obblighi che competono agli individui e allo Stato (un’analisi concreta contenente anche un piano ambizioso da lei suggerito per il futuro della Francia dopo la Guerra Mondiale):
Attesa di Dio (Attente de Dieu) – 1950:   

la sua autobiografia spirituale
La conoscenza soprannaturale (La connaissance surnaturelle) – 1950;  
Lettera a un religioso (Lettre à un religieux) – 1951;  
La Grecia e le intuizioni precristiane (Intuitions pré-chrétiennes) – 1951;   
Quaderni (Cahiers) – 1951-1956;  
La fonte greca (La source Grecque) – 1953;
Oppressione e libertà (Oppression et liberté) – 1955:
   una raccolta di saggi sulla filosofia e sul linguaggio in cui manifestava l’orrore per il totalitarismo – quella pervasiva presenza del potere politico in grado di impoverire la spiritualità dell’uomo e di annientarne la personalità – e in cui sosteneva anche la possibilità della libertà individuale nei vari sistemi politico-sociali (questi scritti hanno significato per Simone la chiusura col Comunismo, ideologia accarezzata per anni).

L’IMPORTANZA DELL’ATTENZIONE

Prof.ssa Monica Bussini* – Prof. Corrado Marchi

“Quando Menelao si trovò davanti Proteo si lanciò, dice il mito omerico, e lo catturò; ma subito Proteo si fece leone, pantera, drago, acqua corrente, albero verdeggiante. Fu necessario che Menelao domasse Proteo e lo costringesse a prendere la sua propria forma: allora Proteo disse a Menelao la verità”.

Tale è l’avventura umana secondo una poco più che ventenne Simone Weil: di lei si parla tanto, ma di lei si sa poco. La si qualifica come una delle prime donne filosofo, operaia, troskista, si menziona la sua attività politica e sindacale, il suo impegno nella guerra civile spagnola, la sua particolarissima ricerca mistica, ma di Weil insegnante si sa poco. Eppure è stata la sua attività principale per cinque anni scolastici, dal 1931 al 1938, inframmezzata al lavoro in fabbrica come operaia e a periodi di inattività per malattia.

Chi la conosce un poco potrebbe stupirsi che una personalità così spigolosa, a volte urtante, possa avere inciso profondamente sulla personalità delle ragazze dei licei femminili nei quali ha insegnato. Infatti “per alcuni il pensiero di Simone Weil è così irritante che quasi non lo considerano un pensiero: le rimproverano una mancanza di rigore tanto più fastidiosa quanto più è indiscutibile la rigorosa esigenza a cui questo pensiero corrisponde”. All’Università un suo insegnante la definiva ‘la marziana’, tanto era diversa dagli altri studenti. I suoi sacrifici per vivere come gli operai (imporsi strettissimi digiuni, trascorrere l’inverno senza riscaldamento, scoprendo poi che gli operai avevano di che riscaldarsi), suonano sospetti e potrebbero anche farci ridere.

Eppure il suo insegnamento ha inciso profondamente sulle allieve, destando anche forte affezione al punto di non rispondere per anni ad alcune per paura di plagiarle. Ne è testimone la fitta corrispondenza con loro, recentemente pubblicata. Quando l’atteggiamento anticonformista di Simone appena ventiduenne e le sue scelte politiche e sindacali avevano provocato un trasferimento, alunne e famiglie insorsero fino ad ottenerne la revoca. Alcuni scritti inediti, del periodo a cavallo degli anni ’20 e ’30, e ora tradotti, ci presentano una giovane insegnante appena ventiquattrenne dotata di rigore e di chiarezza, capace di trasporre il pensiero filosofico nell’immediatezza della realtà esistenziale: in questo la Weil rivela una statura fuori dal comune, senza maestri, che si misura con i classici e si confronta con la realtà così come è: si tratta di Lezioni di filosofia e di Primi scritti filosofici.

Qual è l’atteggiamento della Weil nei confronti della scuola e degli studenti? Una grande passione, un grande entusiasmo. Simone, che a Parigi aveva rifiutato di fare una conferenza sul femminismo, dichiarando “non sono una femminista”, vedeva nelle sue allieve delle persone ‘interi da maturare e s’interessava più di ogni altra cosa al progresso del loro pensiero. Pronta a insegnare a chiunque qualsiasi delle molte discipline che conosceva, anche gratuitamente, si recava al lavoro anche nei giorni in cui soffriva di terribili emicranie che le impedivano di toccar cibo per giorni di seguito e che le provocavano forti dolori anche a salire un gradino. Una sua allieva riferisce di aver imparato da lei “che nessuno mai deve essere etichettato, cristallizzato in un atteggiamento o in un modo di pensare. Che quello che può apparire un fallimento, conta di più in realtà di uno scintillio ingannatore”.

Ecco alcune testimonianze del suo operare nella scuola: “Non era una professoressa del solito stampo. Si prodigava per le allieve, mettendo a loro completa disposizione  le sue conoscenze e il suo tempo. Così a una di noi che non poteva sostenere il baccalauréat perché non aveva studiato latino, propose immediatamente di insegnarglielo e, come è ovvio, gratuitamente”. Pensando che ci interessasse la storia della matematica, ci fece un corso supplementare, facoltativo e gratuito”. Si preoccupava anche dei nostri bisogni materiali. Ci occorreva per esempio un libro per il francese? Eccola un giorno arrivare con molta fatica, carica di una ventina di libri che si era preoccupata di ordinare e di pagare in anticipo, perché potessimo usufruire dello sconto concesso dai librai agli insegnanti”. “Il giovedì portava alle allieve interne il libro promesso. Che conforto era veder arrivare Simone Weil nel cortile interno dove ben raramente mettevano piede i professori, soprattutto nel giorno di vacanza!”.

L’obiettivo fondamentale dell’educazione per Simone Weil è di sviluppare l’attenzione (questo è anche il segreto della sua resistenza fisica). Nel 1942 in alcune riflessioni per un circolo di studentesse affermava:

“Benché sembri che oggi lo si ignori, il vero e quasi unico interesse degli studi è quello di formare la facoltà dell’attenzione. La maggior parte degli esercizi scolastici hanno anche un interesse intrinseco: ma è un interesse secondario. Tutti gli esercizi che fanno appello alla nostra facoltà di attenzione sono interessanti allo stesso titolo e nella stessa misura”.

Per esempio, se si deve svolgere un esercizio di geometria, non è importante trovare la soluzione quanto compiere uno sforzo di attenzione. Il frutto si ritroverà un giorno anche “in un campo qualsiasi dell’intelligenza, forse del tutto estraneo alla matematica. Forse un giorno colui che ha compiuto questo sforzo sarà in grado di affermare più direttamente, proprio grazie a questo sforzo, la bellezza di un verso di Racine”. Per lei l’attenzione consisteva

“nel sospendere il proprio pensiero, nel lasciarlo disponibile, vuoto e permeabile al soggetto, nel mantenere ai margini del proprio pensiero, ma a livello inferiore e senza contatto con esso, le diverse conoscenze acquisite che si è costretti ad usare”.

Le condizioni che ella indicava alle ragazze per conseguire l’attenzione sono queste:

1) studiare senza ricercare buoni voti, non seguire i gusti e le attitudini personali, “ponendo lo stesso zelo in tutti gli esercizi” perché tutti servono a formare l’attenzione,

2) “guardare in faccia ogni esercizio scolastico fallito in tutta la bruttezza della sua mediocrità, senza cercare scuse”.

Un secondo obiettivo dell’azione educativa è quello di suscitare le motivazioni dell’apprendere. La condizione fondamentale di ogni processo educativo è rappresentata dalla volontà del discente, dal desiderio di imparare.

“L’intelligenza può essere guidata solo dal desiderio. Perché ci sia desiderio, occorre che ci siano piacere e gioia. L’intelligenza cresce e porta frutto solo nella gioia. La gioia di imparare e indispensabile agli studi, come la respirazione ai corridori. Dove essa è assente non ci sono studenti, ma povere caricature di apprendisti che al termine del loro apprendistato non avranno neppure un mestiere”.

Un terzo obiettivo che ci sembra ravvisare nella sua attività di docente è quello di insegnare il gusto della bellezza. Nella sua visione filosofica l’uomo concepisce la propria identità come unione di spirito e corpo, nella sua visione mistica lo spirito è presente nella natura. Allora la natura nel suo complesso è il luogo nel quale cogliere la presenza di Dio. Di qui discende per lei il valore dell’arte.

“Conclusione: valore morale dell’arte. Ci insegna che lo spirito può discendere nella natura. La morale, da parte sua, ci dice di agire conformemente ai pensieri veri. Il bello testimonia che l’ideale può passare nella realtà”.

E in L’ombra e la Grazia sostiene:

“Il poeta produce il bello con l’attenzione fissata su qualcosa di reale. Lo stesso avviene con l’atto d’amore. Sapere che quest’uomo, che ha fame e sete, esiste veramente come me, questo basta, il resto viene da sé”.

Da qui discende un ultimo obiettivo: educare all’azione. La passione per il mondo, per l’umanità, per la storia spingono all’azione.

In Lezioni di filosofia appare chiaramente che l’azione è lo scopo della conoscenza: attraverso l’azione l’individuo prende piena consapevolezza di sé. Simone Weil l’ha vissuto sulla propria pelle nell’azione sindacale e politica, nel lavoro in fabbrica come operaia, combattendo nella guerra spagnola e desiderando di combattere nella seconda guerra mondiale. In questo senso le sue scelte di vita orientate all’azione non sono a lato, magari in contrasto con il suo cammino intellettuale e spirituale. La sete di sapere, di verità, meglio di ‘conoscenza della verità’ la rendono inquieta in ogni istante della sua vita, senza tregua.

“La verità di conoscenza – testimonia Paola Melchiori – mi pare il tratto più significativo dell’esistenza di Simone Weil, perché ne improntò costantemente il percorso intellettuale, e, per sua stessa testimonianza, le scelte di vita. La sua ricerca si proponeva come oggetto la verità. Conoscere la realtà ha in Simone molteplici significati, ma soprattutto mi pare indicare la necessità di restituire al pensiero il suo oggetto proprio; quella capacità cioè di aderire alle cose e trasformarle che la separazione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, e la crescente specializzazione e astrattezza della scienza e della cultura contemporanea le parevano avere irrimediabilmente compromesso, con conseguenze funeste per la vita degli uomini”.

Possiamo concludere che la sua attività di insegnamento è caratterizzata dalla sua personalità, dal suo essere stesso piuttosto che dalla sua professionalità, dalla sua preparazione culturale, seppur vastissima e poliedrica al punto da arrivare a rifiutare ogni innovazione pedagogica: “del resto io sono ben lontana – scrisse nel 1936, quindi dopo anni di scuola -  dall’entusiasmarmi per la nuova pedagogia in genere, e ne diffido quanto più essa si appella alla ‘scienza, alla ‘psicologia’ e alla ‘psicoanalisi’! ecc. (perché sono frottole)”.

È ancora attuale per la scuola di oggi l’insegnamento di questa donna molto originale? Forse no. Ma la sua vita e i suoi scritti ci offrono molti spunti di riflessione. E poi rimane la testimonianza di una grande passione per ogni sapere, per la scuola, per le sue allieve.

* Docente e Vicepreside del Liceo “Simone Weil” di Treviglio